Lunedì 26 Dicembre 2005

Due anni

E così, oggi sono due anni che scrivo. Ci sono riuscita, a incatenare alle parole un po’ di vita; lei che sfugge, scappa, frega. Io l’ho presa e tac, intrappolata per sempre, ho immortalato il momento, mi son fatta la mia vita letteraturizzata, alla faccia sua. Invece, alla fine, è lei che ha fregato me.
Già, perché forse la memoria è inversamente proporzionale all’orgoglio, più sei testone e meno ti devi ricordare, altrimenti non avrai mai il coraggio di cambiare, svoltare, rinnegare. Sarà per quello che dimentico sempre tutto. Ma io ci godo a sbarellare l’armonia prestabilita, perciò ecco che penso bene di supplire alle mancanze della mia memoria-emmenthal con la scrittura.
Dopo due anni ti ritrovi a leggere di una te passata, misuri il cambiamento, confronti - e se non hai un’autostima di cemento armato finisce che pure un po’ ti vergogni, perché Pascoli c’aveva ragione, il giovane invero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d’un passato anco troppo recente.
Coi diari privati non ho mai avuto molta fortuna, da quelli col caro vecchio lucchettino di plastica a quelli inespugnabili protetti da password, morivano tutti entro le tre pagine. Non avevo incentivi ad andare avanti, sarà che ’sta scrittura non è proprio fine a se stessa, e il puro scopo memorialistico in realtà s’intreccia con una serie di motivazioni più o meno inconscie, quali il desiderio di farsi conoscere, di comunicare e un certo narcisismo egocentrico. Eccomi dunque a spiattellare un po’ di fatti miei di fronte a uno strano pubblico, il pubblico di tutti e nessuno, ché su internet sei una goccia nell’oceano, in teoria potrebbe leggerti chiunque ma alla fine hai i soliti tre, affezionati lettori. Nel tempo ti crei la tua piccola blogosfera di conoscenze, formando questi legami un po’ strani tra sconosciuti che ti conoscono meglio dei conosciuti - come se il conoscersi stesse nel sapere il nome, la faccia o la voce.
Danno una specie di sicurezza, questi legami slegati, perché, anche se magari non la userai mai, sai di avere una porta aperta alle spalle, una fuga possibile - faccio una figura di merda? Tiè, sparisco, scappo, addio, non saprai dove venire a cercarmi; sono soltanto un nickname, un’identità possibile, una maschera fra le tante - eppure, la maschera più trasparente di tutte. Allora ti lasci andare, l’anonimato è rassicurante, tanto dai, è quasi impossibile che capiti lì proprio qualcuno che non dovrebbe capitarci.
Solo che, ogni tanto, anche i quasi si avverano.
Mah, due anni. Sarebbe un bel momento per smettere.

Domenica 25 Dicembre 2005

VI Lettera a Dio

Caro Dio,
ci siamo appena visti, là, in quel corridoio d’ospedale arrangiato a chiesetta, con due file di sedie strette ai muri e lo spazio in mezzo lasciato libero per gli infermieri.
Suona stonato e stridente, quel prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, quando le rovine te le ritrovi sedute lì, giallognole con la flebo appresso; sembra quasi un’offesa, una presa in giro, un affronto indelicato.
Lo sai che non mi piacciono quelli che vantano mistiche ispirazioni alla vista dello sfigato di turno, innalzato a immagine crocifissa della sofferenza divina - forse perché per qualcuno la sfigata di turno potrei essere io, e non mi sento immagine di un bel nulla. Uh, può darsi che per un attimo abbia pensato di essere anch’io la buona samaritana che si fa il Natale al Reparto Infettivi del Sant’Orsola, ma t’assicuro che ho cambiato idea appena una signora m’ha scambiato per una ricoverata - e non ridere, te, che t’ho visto sai. Dillo che ti sei divertito a mandarmi una divina botta di umiltà. Comunque non importava, guarda che sapevo bene di non poter guardare nessuno dall’alto in basso - vabbè che ho la memoria corta, ma il Natale in corsia me lo feci pure io, ai tempi. In pediatria mandarono un patetico babbo natale, e non avevo nessuna voglia di farmi compatire, t’assicuro.
Tutto ciò per dire che non ti ho visto propriamente in quelle persone, almeno non più che in tutti gli altri. Ma c’eri nel mezzo. Stavi nell’inconciliabile contraddizione fra gioia natalizia e sofferenza ospedaliera, nella cruda e tormentata umanità degli abbracci fra i malati e i quattro parenti venuti a trovarli, nel raccogliersi attorno a un altare con un lenzuolo da letto d’ospedale come tovaglia, nei singhiozzi della donna che al canto finale ha pianto insieme a un ragazzo, forse il figlio, per chissà quale intima ragione.
Lì, dove graffiavano insieme tutte le domande scomode, dove si mischiavano torbidamente speranze e disperazioni, brillava la disarmante assurdità del farsi carne - quella carne, livida e raggrinzita; e la nostra carne, infetta dentro.

Caro Dio, forse c’eri anche stamattina, alla messa parrocchiale delle signore impellicciate; eppure, ho l’impressione che tu ci sia andato quasi di malavoglia, infrattandoti in qualche cappelletta laterale, e guardando di sbieco gli omuncoli inamidati che s’affollavano in fondo, ansiosi di sbrigare anche questa noiosa formalità natalizia.
Invece, stasera, nel piccolo corridoio dell’Aids, mi piace pensare che ti fossi seduto a tuo agio, venendo poi ad abbracciarci discretamente a uno a uno, come il don mentre dava la pace.

Ora, non pensare di cavartela così, ché non ho certo deciso di crederti sul serio. Ma, almeno, questo Natale non è passato senza senso.

Sabato 24 Dicembre 2005

Natale

angolo natalizio in sala

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

(Giuseppe Ungaretti)

[Il presepe s’è rimpicciolito, non sono mai andata a giocare con le pecorelle, non ho spento la luce per guardare l’albero lampeggiare, né ho contato le case di fronte accendersi a una una durante l’avvento. Di quei pacchi sotto l’albero, non ne ho tastato nessuno per intuirne il contenuto; e anzi non ho chiesto nulla, semplicemente perché ho già tutto - non mi hanno fatto nemmeno il regalo dei diciotto: non sapevo cosa farmi comprare (devo essere l’antitesi del consumismo - o forse ne sono la sua estrema conseguenza, soddisfatta e rimpinzata)]

Ah, dimenticavo…

Auguri! Non quelli orribilmente convenzionali, però; tipo quelli che mi ha mandato la Cri, magari.

Tu
che
ne dici
SIGNORE se
in questo Natale
faccio un bell’albero
dentro il mio cuore, e ci
attacco, invece dei regali,
i nomi di tutti i miei amici: gli
amici lontani e gli amici vicini, quelli
vecchi e i nuovi, quelli che vedo ogni gior-
no e quelli che vedo di rado, quelli che ricordo
sempre e quelli a volte dimenticati, quelli costanti
e quelli alterni, quelli che, senza volerlo, ho fatto soffrire
e quelli che, senza volerlo, mi hanno fatto soffrire, quelli che
conosco profondamente e quelli che conosco appena, quelli che mi
devono poco e quelli ai quali devo molto, i miei amici semplici ed i miei
amici importanti, i nomi di tutti quanti sono passati nella mia vita.

Un albero con radici
molto profonde, perché
i loro nomi non escano
mai dal mio cuore; un
albero dai rami molto
grandi, perché i nuovi
nomi venuti da tutto il
mondo si uniscano ai già
esistenti, un albero con
un’ombra molto gradevole
affinché la nostra amicizia,
sia un momento di riposo
durante le lotte della vita.

Venerdì 23 Dicembre 2005

(Se non avete già sepolto quel poco di stupore)

La mia colpa è innamorarmi strenuamente di questi miei stupidi giorni, lasciando che umidi s’attacchino alla pelle, senza scivolare mai. C’è, in ciascuno, una specialità profonda, l’essere unico senza ritorno, l’inestricabile intrecciarsi di cause e conseguenze, le porte che si aprono un momento per subito richiudersi e il gettarsi ad occhi chiusi sperando in quella giusta.
S’indossano i costumi studiandosi la parte, ci hanno insegnato le regole e staremo al vostro gioco, fingerò d’impolverarmi nella noia di routine. Ma sotto questo grigio con cui vi dipingete, nascosto dietro secoli di abitudine incrostata, respira regolare un Qualcosa che non so - ed io, a quest’esistenza, non riesco ad assuefarmi.

Giovedì 22 Dicembre 2005

Mina vagante

I - Ehm… volevo dirle una cosa…
G - Sì lo so che hai parlato con la Marsa ma abbiamo già fatto i conti
I - E’ che anche l’accompagnatrice ha convenuto che, insomma, non c’è bisogno..
G - No serve anche a me, poi è una questione di responsabilità. Comunque chiuso, ormai è deciso così e basta!

Possibilità 1
Lasciare che si allontani, perdere l’occasione e mandarla a quel paese in privato; quindi affogare nei rimpianti a vita.
Possibilità 2
Inseguirla, e scommettere sul fatto che perfino lei abbia un lato umano.

I - No… ascolti. Non lo dico perché mi tira. Per me è importante… provi a mettersi nei miei panni. Andare con lei è come.. come sentirsi dire sempre “tu non sai cavartela da sola”… capisce?
G - Ma la responsabilità… sai che ci sono prof finiti nei guai perché qualcuno si ubriacava e poi…
I - Ok ma IO non mi UBRIACO! -.-
S - Beh questo non lo so… ^^ (quest’uomo è un grande)
I - Sì di solito preferisco drogarmi, ma non lo faccio in gita, va’! E poi vede, questa gente che fa rischiare molto più di me non si porta appresso nessun accompagnatore… In ogni caso, adesso ho diciott’anni e…
G - No, no, ma noi siamo responsabili lo stess…
S - Beh.. però è vero che ha diciott’anni…
I - Sentite, sono OTTO anni che non mi faccio male, non è che potrò vivere per sempre con l’incubo di quel che può succedere… E’ una vita che tutti sono ossessionati dalle responsabilità su di me, e non… (e smettila di tremare, voce del cazzo!) …e non è facile, sa, essere considerati una specie di mina vagante… e io… (inspira, espira) …spero che voi possiate capire questo…
G - Guarda lei viene e fa da segretaria a me!
I - NON è quella la sua mansione, l’accompagnatrice serve per delle determinate necessità mie; e se si verifica che queste non ci sono, non c’è bisogno che venga. Se io non fossi stata in questa classe, lei li avrebbe portati in gita lo stesso senza bisogno di nessun altro, no?
G - (guardando il collega con aria smarrita) …Beh… uff, non so più cosa dire!*
S - Secondo me se ne può parlare… se ha diciott’anni.. vediamo un po’ con la preside dai…

[E mentre andavo via, quell’omone gentile, che si era un po’ abbassato ad ascoltare, è rimasto sulla porta a perorare la mia causa persa. Ecco perché i prof di educazione fisica non sono inutili]

*(Aver zittito la Gras sarà un evento annoverato tra le Grandi Soddisfazioni della vita. Se poi fossi riuscita a farle sfiorare per un attimo un sentimento vagamente empatico, la mia esistenza avrà avuto un senso)

Mercoledì 21 Dicembre 2005

Ma tu guarda

oggi è il 21 dicembre, e penso queste cose.
Quest’anno non farò nessuna bellissima follia. Peccato

[Avanti, ho detto, avanti! Presto prima che il tempo t’afferri!]

Mercoledì 21 Dicembre 2005

Tienilo a mente

Capita a te, come capita a me, di ritornare a ieri
e di capire che quello che è stato è certe volte meglio.
No, non rimpiangere mai, non illuderti mai
certe cose non tornano più
e non pensarci di più, tu non pensarci anche se
son le cose che hai amato di più
e che restano

(B. Antonacci, Le cose che hai amato di più)

[E poi la commissione, le tesine, ma dopodomani è l’ultimo ultimo giorno prima di natale, e l’alberino lo porti a casa tu, e le ore buche a discutere e le prese per il culo e le scritte sul vetro le foto sul muro i professori le assemblee la burocrazia le rivolte, quelli che s’aspettavano in corridoio e quelli che s’incontrano per caso e le chiacchiere sulla porta e i compiti disastrosi e i pianti isterici e quelli sommessi abbracciati consolati e le attese gli addii le parole gli sguardi e cazzo fermate tutto ché qui mi crolla lo scaffale dei ricordi - tu non pensarci di più, tu non pensarci anche se.]

Mercoledì 21 Dicembre 2005

Quindi sediamoci ad aspettare l’eternità

[Ovvero: sulla Speranza e affini. Risposta via floppy a una scrittrice]

Come forse puoi immaginare, mi sono ritrovata molto in quel che dici riguardo al collegamento fra speranza e azione; anzi, rivoluzione. Mi piace, perché troppo spesso ho visto nascondere la paura e la rassegnazione dietro alibi di superiorità e distacco nei confronti dei problemi: “che saranno mai, i nostri piccoli casini, rispetto all’eternità?” …Quindi sediamoci ad aspettare l’eternità, sembrano dire.
Ho letto in un libro di Terzani (“Un altro giro di giostra”): In India viene spesso da chiedersi se l’attuale miseria del paese non sia anche dovuta a questa ignavia, a questo senso che è inutile fare alcunché, che niente cambia, che tutto è già stato fatto, visto, provato, e che impegnarsi non serve a nulla. Il mondo è maya, illusione. Quel che conta è fare tutto il possibile per evitare di rinascerci, e non fare qualcosa per viverci meglio.
Pare quasi che sperare nell’aldilà significhi abdicare alle proprie responsabilità contingenti, terrene; una mentalità che come vedi travalica i confini del Cristianesimo – il quale, tra l’altro, se interpretato correttamente, richiama a tutto meno che alla passività. Ma l’azione può essere scomoda per le grandi istituzioni (Chiesa compresa) e per tutti quelli che fondano i loro privilegi sulla rassegnazione altrui; sulla certezza che, tanto, nessuno trasformerà la lamentazione in cambiamento.
Ci vive anche la mafia, sul cadavere della speranza. Mi ha sempre colpito una frase siciliana ricorrente, che si dice alzando le spalle: c’amm’a ffari. Significherebbe “e che dobbiamo fare?”, ma non è un reale interrogativo, è solo una sconsolata domanda retorica. Si sottintende la risposta: niente.
Chi decide di farsi artefice della propria speranza, penso debba porsi due domande. La seconda consiste proprio nel chiedersi seriamente “che dobbiamo fare”, in concreto, per realizzare le nostre aspirazioni. Ma prima ancora, bisogna scegliere una speranza. Cosa che equivale in qualche modo a porsi un obiettivo, uno scopo – ed è risaputo che trovarsi uno scopo nella vita non è un problema di semplice soluzione.
Mi piacciono i “tre motori” del tuo Meurois-Givaudan: non-giudizio, compassione e determinazione. Forse sono una buona speranza da realizzare; anzitutto perché concernono il cambiamento di se stessi – che è allo stesso tempo più facile e più difficile di una rivoluzione mondiale… e comunque ne è il punto di partenza; e in secondo luogo perché si riflettono nei mille dettagli della vita quotidiana. Sai che, fra me e te, quella pragmatica sono io ;-) e mi domando sempre cosa posso fare, concretamente, qui e ora. Così, la possibilità di cambiare in meglio, almeno un po’, il mio piccolo pezzo di mondo, mi attrae più della rivoluzione comunista…

Domenica 18 Dicembre 2005

Speranza

[Con la scrittrice è così. Può ignorarti per mesi, finché non trova l’attore ideale per il suo film, o le risponde qualche famoso regista, allora improvvisamente si ricorda di te e ti manda un messaggio festante. Oppure ti cerca quando le torna in mente la sua sottospecie di società dei poeti estinti, e la prende una gran voglia di fare che puntualmente si sgonfia entro tre giorni. Ha la concretezza di una nuvola, per lei un anno vale un giorno; devo ancora capire se non ha determinazione, o al contrario possiede una specie di stoica costanza a lungo termine, per cui non ha problemi a rimandare.
Non è amicizia, è una sorta di affinità intellettuale. Solo noi ci sopportiamo a vicenda quando ci va di parlare di letteratura o di filosofia. Ci perderemo di certo, finita la scuola; ma so che in qualunque parte del mondo finiremo, prima o poi mi arriverà un’email con qualche nuovo libro di cui correggerò le bozze.

Così, può capitare che un giorno arrivi in ritardo, si vada a sedere con quella sua aria un po’ snob, e poi, senza nemmeno salutare, mi porga un floppy in silenzio.
E, fra l’altro, nel floppy c’era questo.]

Sulla Speranza altrimenti detta Rivoluzione

Nell’accezione comune la parola speranza è perlopiù legata ad un’idea di passività, all’idea di attesa. Non a caso la Speranza è anche una delle virtù teologali e probabilmente parte dell’odierno significato è dovuto all’influenza del cattolicesimo. Questa virtù, infatti, consiste nell’attesa della beatitudine eterna e della fiducia nella Provvidenza.
Il primo a mettere in relazione esplicita la parola Speranza a Rivoluzione fu Erich Fromm nel suo saggio “La rivoluzione della speranza”. Il fatto che la speranza sia considerata mezzo e metodo e causa di una rivoluzione stravolge il significato usuale della parola. Quando Virgilio scriveva “le vostre speranze voi bruciate” intendeva le navi, il mezzo per il quale arrivare alla meta. La Speranza è dunque lo strumento con cui agire. Purtroppo (in realtà per fortuna) il libro di Fromm è troppo denso e conciso per poter dare a grandi linee un sunto, così ho deciso di estrapolare alcune frasi significative legate a questa prima tematica.

“La speranza è un elemento essenziale in ogni tentativo che miri a realizzare un cambiamento sociale verso una maggiore vitalità, consapevolezza e ragione.”

“diventa non-speranza se è passiva e se comporta l’“attesa”. La speranza in questo caso diventa una maschera per la rassegnazione, una mera ideologia.”

“Molti […]sperano ma non sono in grado di agire in base ai loro impulsi emotivi[…]Questo tipo di speranza passiva è strettamente collegato ad una forma di speranza generalizzata[…]speranza nel tempo. Non si prevede che nulla accada nel presente […]. Un’opinione siffatta nasconde l’idolatria del “Futuro”, della “Storia” e della “Posterità”. […] L’adorazione del futuro, che è un altro aspetto dell’adorazione del “progresso” nel pensiero borghese moderno, è precisamente l’alienazione della speranza.”

Marx, che purtroppo era stato veramente molto frainteso da Stalin, diceva: “la storia non è niente e non fa niente. È l’uomo che la fa”. Grande profeta Marx per quanto si tratta di parlare di svegliarsi, credere in qualcosa ed agire. E qui arriviamo ad un altro tema che Fromm collega alla speranza, il coraggio o quello che Spinoza chiama fortezza.
La fortezza è semplicemente saper dire di no quando il mondo vuole sentir dire sì. E bisogna essere cauti: non dire sempre di no per il puro gusto di andare controcorrente, ma il coraggio, appunto, di contestare quando il mondo prende la strada sbagliata. E poiché il mondo non è altro un sistema (biologicamente parlando), tende all’equilibrio attraverso la trasformazione. Sembrerebbe un controsenso, ebbene, l’ipotesi Gaia di Lovelock si basa proprio sui concetti di retroazione o feedback tipici dei sistemi naturali per garantire l’equilibrio (per chi fosse interessato ad approfondire teorie per così dire “olistiche” di visione unitaria tra materia e coscienza si consiglia “Il Tao della fisca” di Fritjof Capra).
Ma torniamo dove eravamo rimasti.

“La vita che stagna rischia di morire; se la stagnazione è completa sopraggiunge la morte. Ne deriva che la vita nella sua qualità dinamica tende a rompere il suo status quo. Ogni secondo è un momento di decisione. Il momento in cui ci fermiamo inizia la nostra decadenza.”

Mi sembra abbastanza chiaro.
Concludendo l’analisi del saggio di Fromm torno ad un concetto già citato in apertura: l’idea di passività legata al termine Speranza. “Il pensiero dei primi cristiani era maggiormente influenzato dalla visione apocalittica di quanto non lo fosse il pensiero messianico anche se, paradossalmente, la Chiesa come istituzione di solito si arroccò su una posizione di attesa passiva.”Il saggio prosegue con un’interessantissima e critica analisi dello stato attuale (economico e sociale). Trovo che il concetto finale sia ben riassunto nelle parole preoccupate di un banchiere, riguardo ad una rivoluzione nello stile di vita odierno.
“I vestiti sarebbero acquistati per la loro utilità; il cibo in base a calcoli economici e al valore nutritivo; le automobili sarebbero ridotte al minimo e verrebbero conservate dai proprietari per 10-15 anni; le case sarebbero costruite e tenute perché riparano, senza badare allo stile dell’abitazione del vicino. E cosa accadrebbe ad un mercato che dipende da nuovi modelli, nuovi stili…[dal giocare sul superfluo aggiungerei io]?”

La Speranza, abbiamo visto è alla base dei cambiamenti, sia individuali che della società, aldilà di quello che ci hanno voluto far credere (chi, sta a voi deciderlo). Quello che si è sempre saputo è che dietro grandi rivoluzioni e movimenti ci fossero ideologie, dogmi. Beh, i dogmi sono sostanzialmente la parte negativa, quella che porta alle degenerazioni del pensiero. I dogmi sono sempre di natura politica (anche quando sono di natura religiosa); sono uno strumento di manipolazione e non hanno alcun valore se non nella dimensione temporale. Danno sicurezza solo a coloro che li stabiliscono. Molto spesso soffocano la speranza stessa. I moti nascono straboccanti di speranza e per questioni comunicative, di efficacia, d’immediatezza d’azione vengono ad essere distorti in termini in –ismo. Basterebbe pazienza, audacia e fiducia nel potenziale di realizzazione.
Parole di straordinaria saggezza e semplicità riguardo a questi temi si trovano nel libro di Meurois-Givaudan “L’era della colomba”.

“Parlate del Cristo o di Buddha ed ecco che diventate un personaggio sospetto; portate centomila soldati alla guerra, e sarete un eroe da rispettare. Chi fa il lavaggio del cervello a chi? Dove sono le vere sette che avvelenano il pensiero collettivo? Mille organizzazioni e poteri ufficiali ne vestono insidiosamente i panni, ne usano i metodi senza neppure curarsi troppo di nasconderli.[…] Forse le sette non sono solo dove vi dicono. L’Ordine mondiale che cerca di prendere piede le ama e le nutre, finge di combatterle, ma esse servono alla sua causa, ispirando e livellando i vostri comportamenti, con un unico scopo: farvi spostare decisamente dall’essere all’avere…E perché manteniate l’impressione di essere, vi sollecita a spendere al posto di pensare.”

La scelta (termine a me caro, hairesis) è tra continuare ad assuefarsi o sperare in qualcosa di diverso: ribellarsi (nel senso di non voler sottomettersi). Ciò che consola è che l’uomo è per natura un essere di speranza e, che ci piaccia o no, siamo spinti al cambiamento. Una Rivoluzione delle coscienze.

“Non dimenticate che ognuno di voi è potenzialmente un vero focolaio d’insurrezione[…] Tre sono i motori di questo lancio: il non-giudizio, la compassione e la determinazione. Alimentateli dentro di voi con mille dettagli della vita quotidiana. Anche perché i dettagli non sono così dettagli come si crede. […]La vera Rivoluzione comincia su un terreno di umiltà. Diversamente dalle rivolte del passato, non vi insegna a dire di no alzando il pugno, ma vi impegna a pronunciare un sì deciso, aprendo il cuore.”

Il Libro di Meurois-Givaudan è molto chiaro ma può spaventare il continuo richiamo ad un misticismo sincretico tra cristianesimo, panteismo, buddismo e comunismo (nel senso filosofico e non ideologico). Comunque: ci troviamo di fronte ad un bivio.

“Avete due soluzioni, due tentazioni: rifugiarvi ancora una volta nella sicurezza dell’integralismo, a masticare i soliti dogmi[…]oppure andare avanti, apparentemente da soli, apparentemente camminando sulla corda tesa […]”

Nella storia abbiamo tanti esempi di sacrificio e di speranza. Un ragazzo una volta scrisse:
“[…] sabia que en el momento en que el gran espiritu rector dé el tajo que divida toda la humanidad en solo dos fracciones antagonicas, estaré con el pueblo, y sé, porque lo veo impreso en la noche, que yo, el eclectico director de doctrinas y psicoanalista de dogmas, aullando como poseido, asaltaré las barricadas o trincheras, teniré en sangre mi arma y, loco de furia, degollaré a cuanto vencido caiga entre mis manos. Y veo, como si un cansancio enorme derribara mi reciente exaltacion, como caigo inmolado a la autentica revolucion estandarizadora de voluntades, pronunciando el mea culpa ejemplarizante. Ya siento mis narices dilatadas, saboreando el acre olor de polvora y de sangre, de muerte enemiga; ya crispo mi cuerpo, listo a la pelea y perparo mi ser como a un sagrato recinto para que en el resuene con vibraciones nuevas y nuevas esperanzas el aullido […]” [da Diario de la ruta por Latinoamerica di Guevara de la Serna]
Un ragazzo una volta scrisse perché quella era la sua speranza e nasceva da quello che aveva sperimentato e visto con i suoi occhi. Vuole essere solo un esempio di come una Speranza, giovane e spontanea abbia portato ad una (o più implicite) Rivoluzione.

“Sapevo che nel momento in cui il grande spirito rettore avrebbe dato il taglio che divide tutta l’umanità in solo due frazioni antagoniste, sarei stato dalla parte del popolo, e so, perché lo vedo impresso nella notte, che io, l’eclettico ideatore di dottrine e psicoanalista di dogmi, urlando come potrò, assalterò le barricate e le trincee, avrò nel sangue la mia arma e, pazzo di furia, ucciderò tutto ciò che cada vinto fra le mie mani. E vedo, come se un’enorme stanchezza demolisse la mia recente esaltazione, come cado immolato all’autentica rivoluzione standarizzatrice delle volontà, pronunciando il mea culpa esemplificatore. Sento già le mie narici dilatate, gustando l’acre odore di polvere e sangue, di morte nemica; già si contrae il mio corpo, pronto alla lotta e preparo il mio essere come un sacro recinto perché in esso risuoni con vibrazioni nuove e nuove speranze il grido”

[Mmm. Le risponderò]

Sabato 17 Dicembre 2005

Pax

alba

“…………..senti…vaffanculo ok ? Ti voglio bene, mi sei mancata brutta bastarda!”

Ghghgh.

Pure tu

[Non è buffo far pace così?]

Giovedì 15 Dicembre 2005

In effetti, non ho capito

Ti capita un giorno di tornare a casa alle cinque del pomeriggio, pensando ma sì, ora mi ci metto per bene e provo a studiare. Perciò ti stiracchi un attimo, metti in freezer le paranoie quotidiane, indi ti appresti ad aprire il libro.

Poi ti suona il telefono. Cinque volte. Ma a te sono riusciti?
E non è che puoi dire no guarda, non c’ho capito una sega, stavo appunto cercando di studiare ora, perché non ti credono. Tu sei secchia, quindi tu hai capito - e se non hai capito, inventi. Senza contare che già sono abbattuti di loro, se gli racconti che è arabo e non c’è speranza s’impiccano.
Così ti arrampichi sugli specchi tentando di riordinare quelle quattro idee che hai raccattato confusamente, alla quinta telefonata raschi dal fondo tutta la tua pazienza catto-umanitaria, dopodiché guardi l’orologio e scopri con orrore che toh, è passato tutto il pomeriggio, e adesso devi uscire.
Allora chiudi il libro e lo prendi con te, sperando almeno di darci un’occhiata in macchina. E tenti di capirci qualcosa, mentre ogni quattro secondi la voce metallica del navigatore ordina tra duecentocinquanta metri, svoltare a destra.

Tra quattrocentottanta minuti, lottare per un sei.

[Stavo per uscire, quando è arrivata un’ultima telefonata. Ma a chiedermi aiuto è stato qualcuno che non aspettavo.
- Ciao sono Taglia, mi faresti un favore? Mercoledì ho il debito…
Sono quattro anni che non mi chiedi più di darti una mano: lo sai che facciamo programmi diversi, e poi te l’ho detto che le derivate non le abbiamo fatte e non so cosa diavolo sia la positività di una funzione. Non posso credere che ora improvvisamente si siano dileguati tutti i tuoi amici più ferrati di me. Ma forse, non hai bisogno solo di ripetizioni. O comunque, mi piace crederlo
]

Mercoledì 14 Dicembre 2005

Dev’essere un po’

cezanne - uomo con le braccia conserte

come star seduti accanto, a braccia conserte, fingendo di non guardarsi.

Martedì 13 Dicembre 2005

Il modo più stupido per rischiare di morire

è giocare a rompere bottiglie di vetro, da ubriachi.

Dicono i medici che, se non gli avessero subito legato quella sciarpa al braccio, ci avrebbe lasciato le penne.

Certo che dobbiamo essere proprio annoiati dalla vita, per mandarla a puttane così.

[Diceva Luca, ieri: “Ora vorrei… ma poi penso al dopo, e so che mi andrebbe male. Io ci penso, al dopo”. Ecco, pensare al dopo.
Dato che il mondo è piccolo e san lazzaro ancora di più, ho scoperto che sono pure amici. Gli trasmettesse un po’ di buon senso, a quel coglione. Prima che si ammazzi, magari
]

Martedì 13 Dicembre 2005

Centoquarantotto

mappa della scuola materna disegnata da luca in un lampo di follia

- C’è Luca
- Luca? Al telefono?
- No, alla porta
- O_O
- …Non lo aspettavi?

Nove ore. Nove ore a rappezzare la mia memoria bucata coi dati del suo inesauribile hard disk, perdendoci nei nostri ti ricordi? e aggiornandoci sulle nuove strade che abbiamo intrapreso.
Centoquarantotto di quoziente d’idiozia, si vantava, m’ha fatto fare il test - centoventisei, ma è che mi distraeva - lui che fa il coglione invece in fondo è sveglio, la mia prof dice il contrario, la tua prof non ti conosce da quindici anni.
Mi ha risposto finalmente, quando gli ho domandato perché mai avesse resistito a quei tempi, perché non fosse scappato anni fa dalla me di allora, quella sepolta e decomposta a tredici anni o giù di lì. Forse proprio perché eri un caso difficile, una bella sfida. Sai che se i miei non avessero chiesto di metterci in classe assieme alle elementari non mi ricorderei più neanche il tuo nome, invece vedi la vita, come ti cambia tutto per una lettera alla Direzione.
E il canestro? Il canestro ti ricordi? Sì mamma l’altro giorno ha detto che voleva darlo via, ma dovrà passare sul mio cadavere; ché sai quando abiterò da sola e avremo trent’anni e ci andrà un giorno di fare i cretini, tu verrai monterò il canestro o disegnerò la porta sul muro e giocheremo senza vergognarci e rideremo da scemi o da fratelli o da amici, beh, come siamo.
Gli ho fatto vedere il suo regalo di compleanno, il lenzuolone di auguri che a marzo appesi alla finestra, e che vide tutto l’itis tranne lui; e s’è sciolto ringraziando, penso sia il regalo migliore che mi abbiano mai fatto; questo lo porto a casa, nell’armadio delle cose belle.

Cresce a scatti di sei mesi alla volta, ora che non ci vediamo più. E’ riuscito ad ascoltare; a suo modo, c’è riuscito, vincendo la sua eterna lotta con la distrazione. Ha ascoltato e compreso, in un giorno in cui mi serviva, neanche l’avesse saputo, che qualcosa non va. E soprattutto, m’ha parlato finalmente un po’ di lui; ad occhi bassi e spalle chine, rigirandosi le dita, ma ha raccontato. Dell’ex ragazza, degli amici, di quel che pensa - ehi, non era stato lui a dire ho mal di testa, cambiamo argomento, quando tentai di parlare di Dio? No, quello aveva quattordici anni, questo dev’essere un altro, ho perso qualche puntata.
E’ che con quella non… non tornava mai niente dell’affetto che davo… ghgh toh un po’ come con… e ride ammiccando, lo so che parla di me - di quella sepolta, ma sempre di una me. Allora l’ho abbracciato per la prima volta nelle nostre vite (pare strano, ma solo ora potevo: ora sappiamo che non è per provarci); e lui, sorridendo, ecco, adesso qualcosa è ritornato.

[E così, non ho nemmeno aperto il diario oggi, e domani dovrò ingollarmi l’intero programma di filosofia. Ma nella vita ci sono delle priorità, e Luca batte Hegel dieci a zero]

Domenica 11 Dicembre 2005

Poi vi racconto

di come si guarda la gente ballare al rallentatore, a scatti sotto le luci da discoteca; della tristezza infinita sotto i sorrisi soffocati dal trucco e di quei gesti scomposti; di qualche buona risata sincera, di Gallo incazzato che nemmeno conosco ma sto ad ascoltare, delle solitudini che s’intrecciano si lasciano e si ritrovano, di Gian che finisce all’ospedale con le vene tagliate da un coccio di bottiglia, e di come presto muore una festa, appena la musica chiude. Vale’, mischina, volevi durasse fino al mattino; hai speso tutto per bruciare stanotte, e la notte ha bruciato te.
Adesso, però, sarà meglio che vada a dormire.

Giovedì 8 Dicembre 2005

Nuntio vobis gaudium magnum

Ho trovato un modo sicuro ed efficiente per salire le scale.
Sul serio.

Ecco, mi sono ritrovata i pantaloni e le mani un po’ impolverati, dopo, però funziona.

[Ovvero: come cavarsela quando vai a una festa e scopri che l’ascensore non arriva al piano giusto, mentre tuo padre borbotta “devi capire che certe cose non le puoi fare”]

Martedì 6 Dicembre 2005

Una è fatta

certificato di idoneità alla patente

Martedì 6 Dicembre 2005

Non sono un miracolo

Ho imparato a riderci su, eppure è sempre un po’ straniante constatare l’effetto che faccio sulle nuove conoscenze. Oggi, ai diciottenni, si parlava di poveri; e per estensione di tutti quelli un po’ a parte, quelli che le anime caritatevoli non vedono l’ora di aiutare. Ha fatto bene il grande Biccio a sfatare il mito dei Bollini Paradiso (un punto da attaccare per ogni vecchietta a cui fai attraversare la strada, come da manuale delle Giovani Marmotte Cattoliche).
Biccio era l’ospite di turno all’incontro; è stato mio educatore parrocchiale alle medie, ha lavorato col mitico Claudio Imprudente, e durante la sua buffa chiacchierata non ha avuto paura a mettermi in mezzo chiamandomi disabile psichica ^^. Né ha temuto di ricordare ai benpensanti che avere la presunzione di “aiutare” l’altro, ponendosi al di sopra di lui, fa bene solo alla propria autostima.

Ora, quando tutti si chiedono dove riversare il proprio amore fraterno, trovarsi nelle tradizionali categorie di Quelli-Da-Aiutare crea assurde situazioni imbarazzanti, per cui gli altri ti guardano e pensano a te, domandandosi atterriti che-cosa-potrò-mai-dire-senza-offendere. Ghiacci del genere si rompono solo in un modo: picconate d’ironia. Imprudente docet.
Indi, ho sbaragliato il timore degli astanti entro venti secondi con un paio di gag; poi mi sono messa sorridente ad ascoltare le loro candide ammissioni di imbarazzo.

Una dalla parlantina a mitraglietta è riuscita a snocciolare grandi verità (che pochi hanno il coraggio di dire) al ritmo di venti parole al secondo. Non so bene come comportarmi, ha detto, perché se sorrido sembra che lo faccia per pietà, e non voglio che sia forzato; e non so se scherzare o meno, perché se lo faccio pare di cattivo gusto, e se non lo faccio però li escludo…
Un’altra ha ammesso di scandalizzarsi quasi, sentendo quelli che scherniscono simpaticamente un amico rotante in maniera così terribilmente politically uncorrect. Dovevo raccontarle che io e il prof puffo-rotante ci pigliamo in giro ogni volta che ci incrociamo in ascensore.
C’era poi quella dalla faccia angelica, con scritto catechista in fronte, che si domandava spaesata come facessi mai a ridere di me stessa - perché lei ha un alunno distrofico ed è lì tutta contrita a chiedersi come potrà questo bambino sorridere ancora. Chissà che forza ci vuole, ha detto, io non ce la farei mai, non so come reagirei se capitasse a me; questi li ammiro, c’è solo da imparare; uno pensa di aiutare e poi invece riceve e blablabla…
Tu guarda, giovedì, a San Giacomo, m’è toccato smontare un discorso molto simile; il catto-pensiero di diversa gente ha vari punti in comune. Perfino la Grazia, avevano messo in mezzo loro; la grazia di riuscire a sorridere lo stesso, a sopportare, a vivere e andare avanti.

Mi provocano una vaga orticaria, le agiografie di San Rotante - o San Sofferente/Malato/Povero/SfigatoInGenerale.
Giovedì tentai di confutare direttamente la tesi avversa, ma ne è venuto fuori una specie di attacco risentito e un po’ brutale contro la Donna Prassede di turno, la quale in fondo traboccava di buona volontà.
Così, stavolta, ho cercato di spiegare con più delicatezza alla Faccia Angelica che non sono un miracolo, che non ho molto da insegnare, che non mi sveglio la mattina disperandomi per l’avverso destino e che probabilmente il resto del mondo si fa molti più problemi di me.
Ma non ho insistito tanto, ché queste cose non si imparano sentendo spiegazioni; si vivono. Tempo di conoscersi; all’inizio è normale, ho detto; poi passa da sé. “…Basta sentirti parlare!” ha risposto qualcuno ridendo. Uhuh, mi sa che i miei comizi hanno colpito ancora ;-)

[A messa c’erano le preghiere dei fedeli partecipate; e per stavolta ho detto la mia. Preghiamo perché possiamo rapportarci alle persone diverse da noi senza sentirci a disagio, e senza identificarle con la loro diversità. Ascoltaci o signore. E ascoltateci pure voi, che male non vi fa]

Sabato 3 Dicembre 2005

I poeti vivono

alba

sui tetti all’alba, arzigogolando versi coi rivoli di sogni sbuffati dai camini.

Sabato 3 Dicembre 2005

Per quel che è stato

tetti all'alba

Oggi, svegliandomi nell’aria ghiacciata, mi è tornato in mente l’ultimo inverno in cui t’ho aspettato, scricchiolando le tue orme sulla neve del mio tempo. Un sorriso, ché stasera mi manchi un po’.